Terza Generazione
Minichì
Parte 4
Parte 3
Parte 2

L’infermiera aveva ragione, Venanzio era davvero un nome inconsueto. Ogni volta, quando a scuola il professore lo pronunciava, era sempre seguito da un’espressione di sorpresa. Il padre lo aveva rassicurato riguardo all’importanza della scelta ma, come per tutto il resto a riguardarlo, non aveva mai eccessivamente badato alle sue parole.
L’infermiera era uscita dopo avergli raccomandato di non muovere la gamba ma di lasciarla sospesa a quel meccanismo di trazione anche se l’effetto dell’anestesia stava terminando ed avrebbe iniziato a sentire forti dolori.
«Mi raccomando, stai fermo se non vuoi che tornino per applicarti una nuova ingessatura.»
Il menisco rotto era giunto tanto inatteso quanto inopportuno. Il giorno successivo avrebbe dovuto partecipare ad un test per poter far parte di una squadra di calcio. Diciassette anni era l’età giusta. Pur non provenendo da una scuola del settore, era stato notato da un allenatore il quale gli aveva presentato questa possibilità. Ma proprio il giorno prima, alzando la gamba per prendere la palla, aveva mancato l’aggancio sentendo una fitta al ginocchio. Aveva ritenuto si trattasse di un dolore passeggero ma, il giorno successivo, gli diagnosticarono la rottura del menisco. Così il suo sogno sembrava terminato.
«Non devi arrenderti,» gli consigliò l’infermiere venuto a controllare il gesso. «con un poco di pazienza, tra qualche mese potrai tornare a correre. Il chirurgo è rinomato per questo tipo di interventi. Altri giocatori, operati da lui, sono riusciti a tornare in campo.»
Venanzio sorrise per l’incoraggiamento ma era sicuro che, superati i diciotto anni, sarebbe stato difficile venire di nuovo ammesso a fare parte di una squadra.
Aveva trascorso l’infanzia giocando nel piccolo campo di calcio accanto a casa sua sognando come tutti gli amici, di diventare un giorno un grande giocatore e entrare nei grandi stadi colmi di gente pronta ad applaudirlo. A giorni alterni, assumeva il nome dei suoi giocatori preferiti imitandone gli atteggiamenti e, ad ogni palla entrata in porta, correva per tutto il campo urlando ed alzando le braccia.


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